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2016-11-17

La smemoratezza del marketer.

di Mike Fadigati

È evidentemente una buona Instagramers, sicuramente non una "influencer" da migliaia di fans né una fotografa affermata. Però se la cava, posta con regolarità e ottiene anche piccole soddisfazioni con i suoi scatti di localini trendy e piatti succulenti. Lo stesso accade al suo collega, su Twitter. Bravo con le parole e appassionato di letteratura, posta brevi aforismi e citazioni dei suoi autori preferiti. Non lo pagano per recensire nuovi romanzi ed è solo per un tributo ad una sua vecchia passione che si prodiga giornalmente in 140 caratteri. Anche l'altra, meno giovane e poco avvezza ai mezzi "digitali", si cimenta su Facebook: condivide video-tutorial e qualche sua creazione all'uncinetto. La seguono solo persone che la conoscono da lungo tempo ma ha capito cosa interessa al suo gruppetto di amiche storiche che condividono con lei l'amore per lo "sferruzzare".

Poi entrano in ufficio, vestono i panni del team di Marketing e si scordano tutto. O quasi. Si scordano dei motivi per cui seguono o sono seguiti, dimenticano il tempo occorso a capire "come funzionano 'sti social" e i piccoli trucchi imparati dai figli e dagli amici "smanettoni". Sembra non sappiano più i motivi per cui decidono di seguire la fanpage di altri Brand, cosa li spinge ad un Like o ad un Commento e il tempo investito e necessario per ottenere visibilità. Come se non abbiano mai apprezzato nulla di quello che appare sulle loro timeline personali. O non siano mai stati infastiditi da qualche post. Come funzionano i social non lo sanno. Non lo sanno più. 

E quando è il momento di dare un brief, valutare una proposta o approvare un post ecco che sono "solo" una impersonale, inumana e pretenziosa "macchina" di Marketing a servizio del Brand. Con i suoi strilli e i suoi claim e, per loro fortuna, con i budget per imporsi ai Consumatori. Certo, direte voi, fin che si tratta di una persona vera sui social è un conto. Ma un Brand! Un Brand deve vendere. Deve fare cassa. Deve convincere. Non è fatto di persone, un Brand. Le regole qui sono altre...

Sui social, dove magari non può direttamente vendere i propri prodotti e servizi, un Brand deve lavorare sulla awareness, costituire reputazione ed entrare in relazione con i Consumatori attraverso i propri contenuti. È un Brand, santo cielo. Mica foto di pranzetti, aforismi aulici o schemi di uncinetto. Quelli sono l'espressione della nostra personalità e delle nostre passioni, mostrano le nostre competenze e sono creati naturalmente, per chi ci conosce, magari ci è affezionato, e si aspetta da noi una sintesi della nostra quotidianità, di quello che facciamo e ci interessa. Un Brand non ha personalità, non ha valori e passioni da raccontare né competenze...

I post di una persona sono lo spaccato di una relazione, basata su una conoscenza reciproca o su comuni interessi. Sono facili da capire. Sono apprezzati perché spontanei, interessanti e curati. E quindi sono condivisi, perché non vogliono venderci nulla ma arricchirci con qualcosa che ci è comune, che ci diverte, che ci coinvolge. Si basano sulla relazione, sull'autorevolezza, sulla reputazione. Invece un Brand...

Post scritti dagli utenti pensando ai loro quattro follower o a quei cento amici. Magari creati apposta avendo in mente una o due facce precise. Perché piacciano a Maria, a Carlo, a tuo marito, a quel tizio che non ti ricordi come lo hai conosciuto ma anche lui ama la letteratura e a quell'Iger che ha visto una tua foto e ora non manca mai di commentare, che sai che ama gli hashtag originali che ti inventi. Gente vera che apprezza i contenuti di persone reali. Mica Consumatori a cui imporre i contenuti di Brand. Mica Maria (che fa la spesa tutti i giorni), Carlo (che sta cambiando auto) e tuo marito (che passa le ore su Amazon). I Consumatori!

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